Un articolo di Federico Mascolo.
Questo è anche un articolo partecipato: grazie a chi ci ha scritto le proprie parole su Instagram e alla nostra mail.
Itaca, Itaca, Itaca
La mia casa ce l’ho solo là
Itaca, Itaca, Itaca
E a casa io voglio tornare
dal mareLucio Dalla, Itaca, 1971
C’è il fiato pesante di mia madre mentre sussurra: Buongiorno. La sua mano passata tra i miei capelli e contro l’orecchio. C’è mia sorella bambina, già sveglissima, a gambe incrociate sull’altro letto a castello della cabina. Ho dormito profondamente col rumore del motore in sottofondo. Forse troppo profondamente. E se me la fossi persa? Mi alzo con una rapidità di movimenti che al mattino non mi è mai appartenuta, nemmeno quando avevo nove anni. L’oblò è appena troppo alto, e con il rollio della nave è difficile restare più di qualche secondo in punta di piedi. Mia madre mi solleva per sistemarmi sul tavolino tra i due letti. Mi tiene le mani sui fianchi ma mi lascia guardare. Quello che vedo oltre l’oblò è sfocato dal tempo e dalla salsedine che lo incrosta. Ricordo il fianco roccioso dell’isola, più verde di come l’avevo immaginato. Senza case. A mia madre chiedo: è Itaca? E mia madre risponde: Sì.
Sono passati più di vent’anni dalla mia prima alba greca, ma Ulisse non ho mai davvero smesso di inseguirlo. Non saprei dire perché. Forse ho sempre coltivato l’intuizione che potesse dire qualcosa di me. D’altronde è questo il segreto dei miti: continuiamo a reinterpretarli affinché ci raccontino qualcosa di noi e del mondo in cui viviamo. Cambiamo noi, cambia il mondo, si rinnova il mito.
Ulisse è sempre in viaggio
Ripensando a quel mattino, mi incuriosisce l’emozione che ho provato nel posare gli occhi su quella che era ‘solo’ la sua casa, dove non me l’ero mai davvero immaginato. A quel tempo Ulisse era per me un eroe-viaggiatore alla ricerca di avventure: me lo figuravo con la barba ispida e la pelle arrugata dal sole, aggrappato alle sartie di un veliero o a dare ordini sul ponte di una nave (non ce l’avevano un ponte, le navi di Omero, ma tant’è). Un personaggio quasi piratesco che forse non avrebbe stonato nell’Isola del Tesoro o nelle Tigri di Mompracem, ma con l’animo nobile e sognatore del giramondo.
Difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti. La figura di Ulisse è indissolubilmente legata al viaggio già nei primi due versi dell’Odissea:
L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
Ulisse che ha a lungo errato, quindi, ma anche Ulisse πολύτροπος, un termine che ha mille traduzioni. Qui è reso come ‘ricco d’astuzie’; Quasimodo, nella versione che studiavo a scuola, scriveva invece ‘dall’agile mente’. Si può tradurre anche come multiforme, versatile, dalla mente colorata. Un riferimento all’ingegno che su tutte è la caratteristica distintiva di Ulisse. Trovo però interessante che, nella sua accezione più letterale, πολύτροπος significhi proprio: ‘che si è volto da molte parti’, e dunque, più metaforicamente: che ha visto molte cose, oppure che ha molto viaggiato. Quasi come se l’essere in viaggio fosse condizione necessaria, antecedente all’ingegno.
Di certo, il viaggio definisce Ulisse più di quanto lo definisca la terra da cui proviene. Itaca è un’isola piccola e petrosa, priva di pascoli, impraticabile ai cavalli, adatta solo ad allevare capre e coltivare la vite. Un’isola di pastori con una reggia lontana dagli sfarzi di Micene, Sparta o Pilo. Non è quindi sorprendente che, nelle infinite reinterpretazioni a cui il mito è stato sottoposto durante i ventotto secoli di storia che ci separano da Omero, quasi tutti ne abbiano re-immaginato il viaggio, non gli anni passati a casa. Ciò che invece è sorprendente – e racconta molto di chi siamo, di chi sono – è quanto i viaggi immaginati da chi è venuto dopo Omero siano profondamente diversi da quello dell’Odissea.
L’Odissea: Ulisse torna a casa
L’Odissea è, indiscutibilmente, la storia di un ritorno a casa. Era uno dei tanti nostoi, poemi di cui sono rimaste solo pochissime tracce ma che sappiamo ruotare attorno a un tema fondamentale: “toccare il suolo natìo, nel bene e nel male” (nella stessa Odissea vengono raccontati i ritorni di Nestore, Menelao e Agamennone). Il messaggio è chiarissimo già nel proemio:
L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che […]
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi*.
L’Ulisse di Omero vuole tornare in patria, non conoscere il mondo. Le mille avventure che risuonano nell’immaginario collettivo dell’Occidente – Polifemo, le Sirene, Scilla e Cariddi – non sono la conseguenza di un viaggio d’esplorazione; gli capitano nella travagliata strada verso Itaca – di cui ha molta nostalgia. La primissima scena in cui appare lo ritrae sull’isola di Calipso, “che sospirava il ritorno e la sposa”, senza poterci fare nulla.
Questo è un altro punto interessante: nell’Odissea non importa granché ciò che Ulisse vuole o non vuole. Nonostante sia un eroe, non è davvero in grado di determinare il corso del proprio destino**; né il suo ingegno è stato in grado di preservarlo dalle sofferenze di un viaggio lungo dieci anni, durante il quale ha perso tutti i suoi compagni ed è a malapena sopravvissuto a due naufragi. Tutto dipende dal fato e dagli dèi dell’Olimpo. La reazione di Ulisse ai loro capricci è quella di qualsiasi uomo***, limitato e mortale, conscio della propria condizione: sopporta. Secondo Citati, critico letterario del secolo scorso, è proprio la “tenacia caparbia” con cui sopporta tutto quello che gli dèi si divertono a tirargli addosso “la massima forza di Ulisse”.
Quest’uomo obbediente al volere degli dèi, nostalgico dell’isola dove non riesce a tornare, è profondamente diverso dall’Ulisse che mi è stato tramandato – vale a dire l’uomo che, una volta tornato a Itaca, sceglierà di riprendere la via del mare.
C’è un passaggio, nell’Odissea, in cui ad Ulisse viene annunciata una nuova partenza. Canto XI, grossomodo a metà del poema: l’indovino Tiresia predice ad Ulisse sia il ritorno dolce come il miele sia, sorprendentemente, una nuova gita in mare:
E quando i pretendenti nel tuo palazzo avrai spento […]
Allora riparti, prendendo il maneggevole remo,
finché a genti tu arrivi che non conoscono il mare.
Ci sono due aspetti che mi preme qui sottolineare:
Anche questa non è una scelta del nostro eroe: Ulisse non ha nessuna voglia di ripartire. Quando, nel penultimo canto dell’Odissea, confida a Penelope che dovrà rimettersi in viaggio, lo fa in questi termini: “O donna, ancora alla fine di tutte le prove / non siamo giunti, ancora mi resta smisurata fatica, / lunga, aspra, che devo tutta compire.” Partirà perché, come dicevamo, sopporta la sorte che gli è toccata in destino.
La profezia di Tiresia dice esplicitamente che Ulisse tornerà anche da questo secondo viaggio. C’è il lieto fine: l’eroe di morirà nella sua petrosa Itaca, “vinto da una serena vecchiezza”.
Dante&co.: Itaca non basta
È stato Dante il primo a cambiare radicalmente la prospettiva. Canto XXVI dell’Inferno, forse il più celebre della Divina Commedia:
né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
Fuori c’è semplicemente troppo mondo da scoprire per restare a casa. Itaca non basta più. E allora si racconta non più il ritorno, ma la partenza. Meglio ancora: la scelta di ripartire. Non c’è la profezia di Tiresia a tracciare la rotta: l’Ulisse di Dante è un uomo che si autodetermina, che prende in mano il proprio destino e sceglie dove andare, al costo di scontrarsi col volere degli dèi. Poco importa se la sua curiositas lo spingerà oltre i limiti consentiti da Dio e nell’ottava bolgia dell’inferno. Ciò che conta è scoprire, conoscere il mondo lontano da casa.
Quest’uomo è molto più vicino all’Ulisse giramondo che immaginavo da bambino, ed è l’archetipo che hanno riproposto praticamente tutti coloro che sono venuti dopo Dante – nella letteratura ma non solo. Tanti cantautori, oggi, raccontano un Ulisse simile a quello dantesco – da Guccini (Ad ogni viaggio reinventarsi un mito / A ogni incontro ridisegnare il mondo / E perdersi nel gusto del proibito / Sempre più in fondo) a Murubutu (Cantami Musa dell'eroe di Grecia e le sue gesta / Che brucia lento tra le fiamme al canto della Bestia / Che sfidò il fato fino all'ultima triste tempesta).
Certo, si usano salse diverse per condirlo. In Tennyson (Ulysses, 1833), così come in Pascoli (L’Ultimo Viaggio, 1904), Ulisse è un uomo ormai vicino alla morte, per il quale la partenza è un ultimo slancio vitale, quasi una fantasia o un ricordo. L’Ulisse di Tennyson incita i compagni ad un’ultima avventura: non avremo la forza di un tempo, dice, ma abbiamo ancora il desiderio di conoscere, cercare, fare ancora un passo più in là.
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.
Per Pascoli, il vecchio Ulisse viaggia per rivivere il tempo perduto. Tutto, in quest’ultima impresa, è sogno o ricordo: Circe, Polifemo, Scilla e Cariddi sembrano non essere mai esistiti. Ai suoi compagni, che per tutti questi anni lo hanno atteso sulla spiaggia, spiega così le sue ragioni del suo ultimo viaggio:
Compagni, udite ciò che il cuor mi chiede
sino da quando ritornai per sempre.
Per sempre? chiese, e, No, rispose il cuore.
Tornare, ei volle; terminar, non vuole.
D’Annunzio (in Maia, 1903) e Kazantzakis (Odissea, 1938), invece, immaginano Ulisse prendere il mare ancora pieno di forze, superomistico, con la smania di scoprire il mondo. Nel corso dei 33.333 versi di Kazantzakis, Ulisse viaggerà oltre i confini del mondo greco, fino al Polo Sud. Durante il tragitto fonderà la città ideale di Thomas Moore, sobillerà ribellioni, rapirà Elena per una seconda volta, incontrerà Cristo, Buddha e Don Chisciotte. Il tema di fondo resta quello dantesco: la ricerca dell’“acqua immortale” della conoscenza attraverso il viaggio, l’allontanamento da casa:
La patria mi stava stretta, sentivo oltre le sue rive
altre patrie dagli occhi ridenti, altre anime carnose,
tristezze e gioie di ogni sorta, fratelli e sorelle
che siedono sulla riva aspettando il mio ritorno!
[…]
Anima, la tua patria è sempre stata il viaggio!
Persino coloro che, più canonicamente, raccontano il viaggio di ritorno verso casa – e non una nuova ripartenza – sembrano non riuscire a riconoscere in Itaca il senso del viaggio. Il punto non è tornare a casa, è meravigliarsi durante il tragitto. Kavafis (Itaca, 1902), per esempio:
Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all'isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.
Ma anche per l’opera lirica di Dallapiccola (Ulisse, 1968) il ritorno è solo un pretesto per viaggiare ancora. Se ne accorge Calipso già nella scena di apertura:
Compresi. Era menzogna la nostalgia del figlio,
della patria, del vecchio padre, della tua sposa:
era menzogna il pianto che ti scendea dal ciglio
rigandoti le guance e le vesti. Altra cosa
cercavi e tal che mai mi riuscì penetrare.
Guardare, meravigliarsi, e tornar a guardare.
Nessun Ulisse (pun intended) è uguale all’altro. Eppure, mi sembrano tutti raccontare, nel profondo, la stessa cosa: Itaca non basta. C’è una poesia di Borges che mi pare esemplificativa: si intitola Odisea, libro vigésimo tercero (1964). Ulisse ha sconfitto i pretendenti, Penelope lo ha riconosciuto e ora dorme sul suo petto. E però, anche in quell'attimo agognato per vent’anni, qualcosa in lui già rimpiange l’altro uomo – chissà dov’è finito – che vagava per il mondo come un cane…
[…] pero ¿dónde está aquel hombre
que en los días y en las noches del destierro
erraba por el mundo como un perro
y decía que Nadie era su nombre?
Per autodeterminarsi, realizzare sé stessi, è necessario varcare la soglia di casa e perdersi nel mondo. Attardare il ritorno, quindi; o ripartire al più presto, a prescindere dalle conseguenze. Anzi: quasi con la gioia di scontrarsi contro i limiti imposti da una volontà più grande di noi, remando probabilmente verso l’annientamento. Contravvenendo alla profezia di Tiresia, coloro che immaginano una seconda partenza di Ulisse non ne immaginano il ritorno. Il viaggio termina lontano da casa, spesso in tragedia.
Una casa tra le correnti
Per certi versi, il viaggio per la conoscenza a qualsiasi costo – che non può che avvenire staccandosi da casa, dal guscio, dal grembo materno – è una prerogativa di ogni essere umano. Eppure, ho l’impressione che qualcosa oggi stia cambiando. Quel viaggio che tanto appassionava il me-bambino-affacciato-ad-un-oblò non rappresenta più appieno il trentenne che è diventato, e che ha passato sette dei suoi dieci anni di vita adulta lontano da casa.
Mi sembra di non essere il solo. Nelle scorse settimane, abbiamo chiesto a voi che ci leggete quali parole associate ad Ulisse e al suo viaggio. Alcuni hanno citato luoghi e personaggi dell’Odissea: Penelope, Argo, proci, Itaca, Circeo. Alcuni, com’è giusto e logico, hanno menzionato le parole che riassumono i due poli della tensione di cui ho scritto finora: ritorno e nostalgia da un lato, conoscenza e ignoto dall’altro. Mi ha sorpreso però che in tanti abbiate scritto parole che non appartengono a nessun polo, quanto piuttosto ad una situazione di limbo o medietà: attesa, inquietudine, paura, non-appartenenza, solitudine (l’avete citata in tre).
Mi sembra che l’Ulisse di cui ho (abbiamo?) bisogno, l’Ulisse che riesco ad immaginare oggi, abbia perso un po’ della sua sicurezza nell’affrontare il mondo ignoto a viso aperto, contro tutto e tutti, pur di realizzarsi. Credo che questo sia dovuto al fatto che il mio Ulisse non sa bene cosa vuole. Ha perso parte della capacità di autodeterminarsi che Dante gli aveva conferito. Sicuramente è partito di casa, ma forse si è smarrito in un mondo diventato troppo più grande di lui. Il destino che una volta era così chiaro, e che si era scelto, gli è scivolato dalle mani: non è più così evidente cosa desideri, cosa cerchi per realizzare sé stesso. Non sa se sia meglio continuare ad andare o tornare indietro; nessuna delle due opzioni lo soddisfa davvero (o le vorrebbe entrambe nello stesso momento). In questo limbo d’incertezza, lascia che sia il mondo a decidere per lui:
Che mi farei trasportare da ogni corrente
Per vedere luoghi che mai
Riuscirei a trovare da solo in questi mari
La canzone è di Bresh (Ulisse, 2022), e racconta un uomo in balia delle correnti. Il suo non è davvero un viaggio perché non ha direzione: è un moto perpetuo e irrequieto. C’è però, nel ritornello, uno spiraglio che mi ha colpito. Ulisse, perduto nel mondo (Non trovo la strada, è buio pesto / Sono da solo, qua intorno c’è il nero), resta aggrappato ad un’unica certezza:
Sappi che qualsiasi cosa accada proverò a sentirmi a casa.
Tutti i viaggi di Ulisse di cui ho scritto finora – i ritorni come le ripartenze – non prendono in considerazione nessun’altra casa che non sia Itaca. Tornare a Itaca significa tornare a casa; riprendere il mare significa separarsi da casa. Come canta un marinaio della ciurma di Ulisse nell’Itaca di Lucio Dalla (1971):
Itaca, Itaca, Itaca
La mia casa ce l’ho solo là
Nessuno immagina che Ulisse possa, ad un certo punto, trovare casa in un luogo che non sia l’isola in cui è nato. Ora, non so cosa sceglierà il mio Ulisse; forse vuole continuare ad andare senza fermarsi mai, forse vuole tornare indietro. Ma credo contempli una terza possibilità – o coltivi una speranza: riuscire a sentirsi a casa in uno degli angoli del mondo in cui le correnti lo hanno trascinato. Una casa fragile, forse, fatta di legni raccolti dove il mare fa risacca sulla spiaggia e scaldata dai corpi di gente che viene e poi riparte; ma pur sempre una casa. Un’altra Itaca.
L’altro giorno, mentre su Bruxelles cadeva la pioggia in tante goccioline minuscole, di quelle che quasi non lasciano traccia, mi sono tornati tra le mani i Dialoghi con Leucò (1947) di Cesare Pavese. In uno dei dialoghi – L’Isola – Calipso prova a convincere Ulisse a restare con lei, per sempre, sull’isola di Ogigia. Il nostro tentenna, ma infine rifiuta:
ODISSEO Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
Parla di Itaca, naturalmente. Ma mentre la pioggia appannava i vetri delle mie finestre senza far rumore, mi sono ritrovato a pensare che forse non si riferisse tanto a Itaca petrosa, Itaca tutta capre e contadini, quanto al luogo che riuscirà a chiamare casa. A Ogigia non ci è riuscito; e allora dovrà continuare a cercare. Forse è questo il punto: continuare a cercare una nostra Itaca, ovunque sia.
CALIPSO […] Cos'è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO Se lo sapessi avrei già smesso.
Note:
* Il corsivo è mio.
** In realtà la faccenda è più complessa di così. Gli eroi omerici non sono sempre delle marionette mosse dal fato o dal volere divino. Qua e là, anche se in maniera piuttosto incoerente, si affaccia già una certa capacità di autodeterminazione, di volontà, di controllo sulle proprie emozioni e di opposizione al fato. Secondo Citati, l’Ulisse dell’Odissea tanto obbediente al volere degli dei è pensato per espiare l’“immenso scandalo” – raccontato almeno cinque volte nell’Odissea, e già al v. 30 del Canto I! – dell’uccisione di Agamennone per mano di Egisto, ovvero il primo episodio di violazione del fato – e cioè, di autodeterminazione – dell’epica. Si vedano a proposito i libri di Citati e Cantarella in bibliografia.
***Ulisse è davvero l’anello di congiunzione tra gli eroi e gli uomini come noi. Il protagonista dell’Odissea non è un eroe, non è un dio, non è Achille, come nel proemio dell’Iliade. La parola con cui si apre l’Odissea è “ἄνδρα”, uomo. Forse è per questo che continuiamo a scegliere lui, su tutti, come specchio.
Bibliografia
Cantarella, Eva. “Sopporta, cuore…” La scelta di Ulisse. Laterza, 2022.
Citati, Pietro. La mente colorata. Ulisse e l’Odissea. Adelphi, 2018.
Guidorizzi, Giulia. Ulisse. L’ultimo degli eroi. Einaudi, 2018.
Kavafis, Costantino. Le poesie. Trad. Nicola Crocetti. Einaudi, 2015.
Kazantzakis, Nikos. Odissea. Trad. Nicola Crocetti. Crocetti editore, 2021.
Omero. Odissea. Trad. Rosa Calzecchi Onesti. Einaudi, 2014.
Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Dallapiccola. Il volo di Ulisse. Variazioni sul Mito. Marsilio, 2021.
L’immagine che accompagna “Ulisse è sempre in viaggio” è tratta dal dipinto Ulysses Deriding Polyphemus, J.M.W. Turner, 1829
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Collettivo A\polide








Riflessione molto perspicace, complimenti